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martedì 20 gennaio 2015

TRE DOMANDE A… il prof. Emanuele Greco, direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene

Il prof. Emanuele Greco.

Targato TA torna a occuparsi di archeologia e lo fa contattando uno dei più insigni studiosi della materia, il professor Emanuele Greco. Con la consueta formula delle “tre domande” gli abbiamo chiesto delle potenzialità ancora inespresse della ricerca in città e del ruolo che può svolgere il Museo Nazionale, anche alla luce della recente riforma del MiBACT.
Tarantino, formatosi fra Bari, Roma e Heidelberg, Emanuele Greco ha insegnato nelle Università di Salerno e Napoli. Durante la sua attività accademica si è dedicato soprattutto ai temi della topografia e dell’urbanistica nel mondo greco, pubblicando numerosi studi sulla colonizzazione in Occidente. Ha condotto importanti missioni di scavo a Sibari, Poseidonia, Laos ed avviato un programma di ricerca proprio su Sparta, madrepatria di Taranto.
Dal 2000 dirige la prestigiosa Scuola Archeologica Italiana di Atene.

Professor Greco, Lei vanta una lunga attività di ricerca sul campo, sia in Italia che in Grecia. In una città come Taranto, nella quale le esigenze della vita urbana contemporanea devono per forza di cose convivere con quelle dell’archeologia, gli interventi sul territorio si limitano
da sempre ai soli scavi preventivi o “di emergenza”, in relazione ai tanti cantieri edili. Le note ristrettezze economiche cui sono costretti gli enti di tutela, nonché l’assenza di radicate istituzioni universitarie, impediscono per il momento il varo di una vera programmazione, finalizzata, per quanto possibile, alla comprensione della realtà urbana antica nel suo complesso. Eppure Taranto può ancora offrire occasioni di non poco conto, potenzialmente utili non solo alla ricerca scientifica ma anche al recupero di interessanti monumenti da visitare. Da Villa Peripato all’ex mercato coperto, passando per i giardini dell’ospedale militare fino alle aree extraurbane di Satùro e della chora, quali potrebbero essere a suo avviso le priorità e che strumenti sarebbe utile adottare affinché agli scavi faccia poi seguito un non meno importante piano di gestione e fruizione?

R/  Le rispondo con il richiamo alla memoria di un episodio da me vissuto oltre 20 anni fa. A quel tempo il mio caro amico Ezio Stefàno era senatore e si fece promotore di un disegno di legge che, sulla falsa riga di quello di Roma Capitale, prevedeva un forte stanziamento a favore dell’archeologia tarantina. Ezio venne con Lucio Pierri (entrambi con me ex alunni dell’Archita) a trovarmi a Paestum e ne parlammo a lungo. La concordia era totale nell’individuare come area da esplorare in via prioritaria tutta la fascia nord della città, quella che affaccia sul Mar Piccolo e che è occupata dalle installazioni della Marina: si tratta di 70 ettari di città antica, un autentico polmone nel quale potrebbero convivere cultura e verde, due valori oggi latitanti. Naturalmente sarebbe un progetto da realizzare in tempi abbastanza lunghi ma non biblici. A parte le emergenze oggi regolabili con la legge sull’archeologia preventiva sarebbe questo un raro straordinario caso di scavo programmato in una città moderna con tanto di passato, come si vede solo a Roma.

I giardini dell’ex Villa Capecelatro, ora all’interno
dell’ospedale militare.
La prossima inaugurazione degli spazi al secondo piano del Museo Nazionale, prevista per il mese di aprile, riconsegnerà al patrimonio della Nazione una delle raccolte archeologiche più rilevanti, dopo lunghi anni di interminabili cantieri ed aperture parziali. Conclusasi questa impegnativa fase, è necessario adesso uno sforzo ulteriore affinché la straordinaria istituzione museale possa registrare numeri adeguati alla sua importanza, in termini di visitatori. Ritiene che la Fondazione “Taranto e la Magna Grecia”, della quale è stato presidente, possa svolgere un ruolo in tal senso?

R/  Mi sono dimesso dalla presidenza della Fondazione innanzitutto per rispetto della istituzione quando ho verificato due cose: la difficoltà a dirigere nello stesso tempo la Scuola Archeologica Italiana di Atene e la Fondazione Taranto per ovvi problemi logistici e poi quando mi sono reso conto che era molto difficile attuare quel programma da me vagheggiato (si tratta veramente di un sogno!) cioè avere unità di intenti tra la Fondazione e l’istituto Magna Grecia, che versa in difficoltà estreme, che a stento riesce ad organizzare i Convegni, ma che rimane arroccato in una politica tradizionale che dopo oltre mezzo secolo ha bisogno di rinnovamento. Quanto al Museo se leggete bene la legge la funzione di rilancio sarà affidata a manager che devono far fruttare il bene. Il ruolo delle istituzioni culturali che lei sollecita sarebbe quello di non ridurre tutto solo al guadagno (esecrabile come dicevano gli Antichi) ma di affiancare all’utile anche autentici valori culturali. Il Museo non deve esibire pezzi belli, deve raccontare storie. Anni fa avevo proposto di realizzare qualcosa che in Italia non esisteva, il Museo della Storia della Città (oggi esiste solo a Bologna). Ma mi scontrai con un ottuso funzionario, la cui scempiaggine è ben nota a tutti.

La recente riforma del Ministero, ancora da valutare nella sua reale portata, inserisce il MArTa fra i venti musei italiani dotati di autonomia contabile ed amministrativa. Un riconoscimento importante, destinato a caricare di responsabilità ulteriori una istituzione verso la quale l’opinione pubblica guarda con sempre maggiore interesse come ad un possibile volano per la rinascita e la riconversione della città in chiave culturale e turistica. Dal suo punto di osservazione “privilegiato”, sebbene esterno, giudica positivamente queste novità?

R/  La riforma Franceschini produce una vera rivoluzione copernicana: possiede molti elementi positivi ma ingenera nel contempo qualche perplessità (la separazione dei Musei dalle Soprintendenze, in Italia difficile da immaginare per evidenti ragioni storiche). Comunque è bene che la riforma parta; rimandiamo il giudizio, vediamo in pratica quali effetti produrrà. Che il Museo sia qualcosa su cui puntare è fuori di dubbio, ma bisogna metterlo in sintonia con i desideri e le pulsioni del pubblico, che mutano velocemente. Nella civiltà delle immagini e del virtuale il Museo non è più una esibizione di oggetti destinata alla borghesia colta, con didascalie a volte difficili ad essere comprese in mancanza di una cultura specifica, ma deve mettere tutto il pubblico, in quella condizione di benessere intellettuale prodotto dall’arricchimento culturale che prova uscendo dal Museo chi è contento di aver appreso qualcosa che non conosceva prima, e di aver capito.


di Gianpiero Romano

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